Accalappiato su segnalazione di un turista dopo aver vissuto libero e accudito per 16 anni, rinchiuso nel canile ha smesso di mangiare a causa del forte stress dovuto alla reclusione. I cittadini vegliesi e LNDC chiedono che Juve possa tornare quanto prima in libertà, come previsto del resto dalla normativa regionale e comunale. Rosati: non tutti sono abituati alla figura del cane di quartiere, ma in molti casi è una soluzione migliore e più dignitosa del canile a vita.

Juve è un cane anziano che per ben 16 anni ha vissuto libero per le strade del suo paese nel leccese, accudito dai cittadini che lo hanno sfamato, dissetato e assistito quando ne aveva bisogno. A seguito della segnalazione di un turista, non sappiamo bene per quale motivo (pare per il corteggiamento ad una cagna padronale in calore), nei giorni scorsi Juve è stato accalappiato e rinchiuso nel canile di Copertino. Numerosi cittadini vegliesi si sono già mobilitati per chiedere che venga al più presto liberato e riportato a casa sua, nelle sue strade.

Appena abbiamo saputo di questa storia ci siamo immediatamente mobilitati”, fa sapere Piera Rosati – Presidente nazionale LNDC Animal Protection. “Il nostro Responsabile Diritti Animali, avv. Michele Pezone, ha scritto una lettera al Commissario Prefettizio del Comune di Veglie e al Servizio Veterinario dell’ASL locale per chiedere l’immediato rilascio del cane dato che, da quanto risulta, Juve ha smesso di mangiare a causa del forte stress dovuto alla prigionia del canile. Sia la Legge Regionale sia il Regolamento Comunale prevedono la figura del cane di quartiere e la reintroduzione sul territorio di appartenenza per i cani non pericolosi. Non si capisce quindi il motivo per cui Juve è stato accalappiato, dato che in 16 anni non ha mai creato problemi né è mai stato oggetto di denunce o segnalazioni per comportamenti aggressivi o problematici ”.

Vorrei fare un appello a tutte le persone che si trovano in vacanza: prima di segnalare animali vaganti o randagi alle autorità, a meno che non siano in evidente stato di difficoltà, cercate di rapportarvi con le associazioni di volontariato locali e con la cittadinanza perché, come in questo caso, il rischio è di condannare alla prigione un animale che ha vissuto libero per tanti anni, cavandosela sempre grazie alle sue competenze e al sostegno dei residenti. Posso capire la preoccupazione di chi non è abituato alla figura del cane di quartiere, ma nella maggior parte dei casi è una soluzione molto migliore e più dignitosa della reclusione a vita in un canile”, conclude Rosati.

12 agosto 2020

LNDC – Animal Protection
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