Al Ministro della Giustizia
Alfonso Bonafede

Milano, 11 gennaio 2021

 

Gentile Ministro,

Le scrivo in qualità di Presidente di Lega Nazionale per la Difesa del Cane, una delle più antiche e importanti associazioni protezionistiche presenti in Italia, dal 1950 impegnata nella tutela della vita e del benessere degli animali di ogni specie e razza, con circa 100 sedi locali e migliaia di soci, volontari e sostenitori in tutto il territorio nazionale.

Da diversi giorni l’associazione che rappresento sta seguendo il caso del cane restituito dal Tribunale di Aosta al proprietario che lo aveva picchiato.

Da un articolo di stampa che ho appena letto su Repubblica, e che riporta le dichiarazioni del legale dell’autore del maltrattamento, ho appreso che quest’ultimo ha ottenuto dal Tribunale la c.d. “messa in prova”, subordinata a un percorso di rieducazione da fare con il cane e un addestratore cinofilo che durerà sei mesi. Al termine di questo periodo, da quanto riferisce l’avvocato, si valuterà l’esito della prova.

Devo dirle che sono rimasta basita e sgomenta da queste modalità di restituzione del cane, che hanno aggiunto ulteriore sofferenza a quella che avevo già provato sia nel vedere il video diffuso sui social delle violenze subite dal cane, sia nel sapere che il cane era stato strappato alla famiglia che se ne stava prendendo cura dopo il sequestro per essere restituito al suo maltrattatore.

In un primo momento avevo pensato che la restituzione fosse conseguente alla estinzione del reato per l’esito positivo della “messa alla prova”, e già questo automatismo, che in altri casi si è verificato (spesso a seguito della prescrizione del reato) è indicativo di quanto sia necessario e urgente intervenire per disciplinare in modo specifico il sequestro degli animali, che non possono essere trattati come “cose” e restituiti, a volte anche a distanza di anni, a chi li aveva maltrattati.

Ma, da quanto ho appreso, in questo caso si sarebbe verificato un fatto assolutamente inedito: la “messa alla prova” sarebbe essa stessa subordinata ad un percorso di rieducazione dove a fare “da cavia” è lo stesso cane che era stato picchiato, con l’assistenza di un “addestratore” (individuato non si sa da chi e in basi a quali specifiche competenze) a cui sarebbe dunque stato affidato il compito di rieducare il proprietario del cane.

Ovviamente sarei ben felice se il proprietario del cane comprendesse la gravità del suo comportamento e imparasse a rapportarsi correttamente con gli animali. Ma non oso immaginarmi al posto di questo animale, prima picchiato, poi portato in una famiglia che lo ha curato, ora riportato “in prova” a casa di chi lo stava trattando nel modo reso noto dal video diffuso sui social.

I cittadini italiani mostrano una sempre maggiore sensibilità al benessere animale e questa notizia è stata accolta da tutti con sgomento e frustrazione. La decisione del giudice evidenzia una totale assenza di empatia nei confronti di quella che è a tutti gli effetti una vittima.

Appare davvero urgente non solo una revisione normativa in materia di sequestri e confisca di animali, ma anche la predisposizione di protocolli che impediscano che simili evenienze abbiano a verificarsi.

Confidando che questo caso possa essere di sprono per una riflessione adeguata e celere su queste tematiche, le porgo cordiali saluti.

Piera Rosati
Presidente nazionale