Una sfida da vincere

Tanti anni fa (ma davvero tanti, circa venti) scrissi un articolo su un giornale della mia città che intitolai – lo ricordo ancora adesso – “Il randagismo non esiste”. Lo so, il titolo era abbastanza ambiguo, e probabilmente il contenuto dell’articolo lo era altrettanto. Lo scrissi un giorno che stava piovendo forte e il mio pensiero era andato ai cani del canile comunale, che immaginavo fradici d’acqua perché qualche giorno prima avevo visto che la struttura non assicurava riparo per tutti. Mi sentivo in pena per la condizione di quegli animali, imprigionati senza averne colpa, e tutto l’articolo ruotava attorno ad un concetto che cercavo di esprimere senza metterlo forse bene a fuoco. Riflettevo sulla valenza di per sé negativa della parola “randagio” e della locuzione “vagante sul territorio” e pensavo che, alla fine dei conti, io stesso potevo rientrare in quelle definizioni: non appartenevo a nessuno e vagavo – eccome – per le strade del mondo, ma non per questo mi sentivo di meritare la galera a vita.

Da quel ragionamento abbastanza rozzo, facevo discendere che il randagismo era un concetto astratto, una sovrastruttura ideologica, mentre in realtà esistevano solo cani “liberi”, la cui convivenza con l’uomo, negli ambienti antropizzati, creava dei problemi che venivano risolti con la cattura e la collocazione forzosa in canile nella speranza di un’adozione. Dunque, la distinzione da fare non era tra cani “randagi” e cani “di proprietà”, categorie di nostra invenzione, ma, semplicemente, tra cani sfortunati (la maggior parte) e cani che avevano la fortuna di vivere in un una famiglia o in libertà.

Dopo aver trascorso questi ultimi venti anni ad occuparmi professionalmente di animali e di randagismo, mi sono imbattuto, qualche giorno fa, in un post su facebook che riguardava tutt’altro tipo di situazione, ma che – per qualche strano motivo – ha riportato alla mia mente quel ragionamento di tanto tempo fa. Il post era costituito da un’immagine evocativa della tragedia dei migranti dispersi in mare, con una scritta che diceva: “non esistono stranieri, esistono solo poveri. Una persona ricca non è straniera in nessun posto”.

Questa è una drammatica verità, ma non starò qui a fare retorica buonista, non mi interessa e so che non convincerò nessuno tranne chi è già convinto della necessità di superare qualsiasi forma di distinzione e barriera tra gli esseri umani. Mi interessa, invece, riannodare i fili di un ragionamento solo in apparenza bizzarro, ma che a suo modo può cogliere il senso di tante cose. L’animale “randagio” e lo “straniero irregolare” sono, nella diversità delle loro situazioni, visti innanzi tutto come un pericolo per le nostre comunità, così come le abbiamo costruite, ed allora è facile cedere alla tentazione di risolvere situazioni difficili da gestire con il piglio di chi vuole la “soluzione finale” (che può essere quella dei respingimenti di chi chiede aiuto in mare oppure – per quanto attiene il problema “randagismo” – quella di cedere in stock i cani che pesano nei bilanci comunali a fronte di una dazione di denaro “una tantum” a chi si propone di prenderli senza dare alcuna informazione o garanzia sulla destinazione finale degli animali stessi, come stanno facendo alcune amministrazioni).

L’altra faccia della medaglia, quella che è ben nota alle associazioni che si occupano, da un lato, di diritti umani e, dall’altro, di protezione animale, è costituita da storie di abbandono, degrado, sfruttamento ai danni degli ultimi del mondo, alle quali si cerca di porre rimedio, in uno sforzo spesso più grande di chi si propone di compierlo.

Il lavoro che facciamo nelle associazioni, anche di protezione animale, è un lavoro di tipo “politico”, risponde alle logiche della politica, si intreccia con le vicende politiche generali del nostro paese, e anche la Convenzione sulla Biodiversità di Rio del 1992 riconosce questo importante ruolo alle associazioni.

Allora non dobbiamo stancarci di voler superare barriere e steccati ideologici e – a costo di essere impopolari – continuare a lavorare per provare a dare dignità ai poveri e ai meno fortunati del nostro tempo, a qualsiasi razza e specie appartengano e qualsiasi sia la loro provenienza. Questo è il senso profondo del nostro lavoro nelle associazioni ed è una sfida, questa, che dobbiamo cercare di vincere.

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