Relazione tra uomo e animali

Si fa presto a dire “relazione tra uomo e animali”. E’ il caso di iniziare a parlare di comune destino, anzi, di destino migliore per gli uomini, che non si possono salvare, questo è evidente, da soli, consumando l’intero pianeta, fino all’autodistruzione.

Il rispetto oggi passa per una globalità di scelte etiche, che coinvolgono in modo crescente il consumo ragionato di cibo e la vita condivisa con gli animali.

Le dimensioni terrestri con cui ci dobbiamo misurare sono: acqua, terra, fuoco, vento. Esattamente come tornano alla memoria nel cantico delle creature (e non della creatura uomo!). Le parole ricorrenti sono perdono, tribolazione, sostegno reciproco, i problemi che l’uomo incontra. In altre parole, l’uomo non è padrone di nulla. Tribola e cerca consolazione, cerca relazione. Infatti nel rispetto della vita, in tutte le sue manifestazioni, sta la via della salvezza del genere umano e quindi degli animali.

Significa ricostruire dopo aver distrutto, ucciso, mortificato, la vita animale, trovare nuova energia per rinascere, trovare il giusto equilibrio della relazione. La relazione uomo-animale passa da qui. Mille anni fa, i mistici avevano già capito quello che noi intravediamo tra pregiudizi, culture, mode, scoperte, rapporti medici, sociologici, zooantropologici…!

L’uomo che può fare quel che vuole credendosi centro dell’universo, più forte di acqua, terra, fuoco e vento, fallisce.
E la terra, coi terremoti, ha insegnato per prima questa lezione, più e più volte. Dalla catastrofe di inizio secolo a Messina passando per il Friuli e l’Irpinia e l’Abruzzo e il Centro Italia. Dove va a finire qui la relazione uomo-animale? Quante sofferenze, separazioni, abbandoni forzati per l’incapacità dell’uomo di organizzare, prevedere, riconoscere la centralità della vita animale attorno alla quale gravita la nostra società!

I terremoti cambiano i connotati della geografia ma anche della storia, a riprova che anche i progetti si schiantano contro il sogno di onnipotenza umana.
Accadde in età dei Lumi, il 1 novembre 1755. Fu allora che Lisbona perse 90mila vite, rasa al suolo da un cataclisma che si fece sentire anche in Marocco, nel resto della Spagna e in Portogallo. Non fu solo un terremoto, perché quella data decretò anche la fine di un progetto di espansione coloniale portoghese. La terra cambiò la storia, non fu l’uomo a cambiare la storia. Per Voltaire, col suo “Poema sul disastro di Lisbona” non c’era dubbio che si trattasse di una responsabilità divina, in realtà uno dei quattro elementi tra acqua, terra, fuoco, vento, decise per tutti.
Ed oggi? La storia si ripete, ce lo ricorda anche Leopardi con la ribellione dignitosa della ginestra che reagisce allo “sterminator Vesevo”, sapendo che prima o poi un’altra ondata di lava arriverà.

Ma c’è uno scritto, prezioso e utile, per affrontare senza “animosità” ma con studiata riflessione, l’antica relazione che ci stringe in un vincolo di amicizia, bene, compassione e condivisione con i nostri piccoli o grandi fratelli animali. Sia che siano nel nostro quadro familiare sia che condividiamo la battaglia di civiltà per fermare l’uomo che con crudeltà e orrore ne decreta la morte in modo orrendo, per “fini” alimentari, senza alcuna forma di “rispetto”, o in canili lager. Oggetti, cose, beni commerciali, non esseri viventi, non individui animali.

“Dissertazione sopra l’anima delle bestie”. E’ un trattato giovanile sconosciuto di Giacomo Leopardi. Sorprendente davvero! «E quale uomo che abbia una sola tintura di ragione potrà persuadersi che i palpiti, i gemiti, le strida di un pulcino rapito dall’adunco artiglio di un nibbio crudele non derivino da alcun senso di timore e di affanno?». Leopardi va oltre le radici di anima e animale, apre orizzonti inaspettati.

A Cartesio che sostiene che, contro le apparenze, i “bruti” non sono che un grumo di “necessità”, di conseguenza non soggetti ad alcun sentimento di dolore, Leopardi ribatte che, invece, «chiaramente si scorge dai suoi pietosi latrati che un cane prova se si percuota, quella pena che noi stessi sperimentiamo». Proviamo lo stesso dolore!

È pur vero che l’uomo è dotato pienamente di libertà e razionalità, ma per Leopardi non v’è «alcuna difficoltà che impedir possa di ammettere una imperfetta libertà nei bruti, poiché chi mai potrà negare che un augello sia libero di alzare o no il suo volo, e di seguire in ciò gli impulsi della propria volontà».

E cioè, gli animali sono liberi, autodeterminati, come l’uomo, e come il genere umano soffrono, piangono, temono, vivono nell’ansia di una attesa.

Come si fa presto, spesso, a parlare di relazione uomo-animali; non c’è solo l’evoluzione, la coevoluzione in particolare tra uomo e lupo poi divenuto cane… Non c’è solo scienza, c’è coscienza del limite umano, quello che le leggi non riescono a contenere quando il male prevale sul bene, quando la giustizia non condanna chi uccide. Dove la giustizia non arriva a volte giunge la natura a dare il senso del limite all’uomo. Solo la relazione uomo-animale può fermare dalla distruzione.

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