Quest’anno la LNDC compie settant’anni. In occasione di questa ricorrenza, avevamo organizzato per il mese di marzo un convegno-evento a Milano, anche con ospiti internazionali, dal titolo “Diritti degli animali. Nuove frontiere per la loro tutela”. L’idea era quella di fare il punto della situazione sull’attuale quadro normativo a tutela degli animali e raccogliere le migliori idee per promuovere un decisivo miglioramento delle leggi attualmente vigenti.

Il convegno è stato rinviato al 6 novembre e, ovviamente, non abbiamo ancora la certezza che si potrà svolgere, potendo solo confidare nel fatto che per quella data non vi saranno più reali pericoli di contagio da coronavirus.

Ci sono, però, alcune riflessioni che in questi giorni mi sembrano più che mai davvero urgenti e vorrei cominciare a condividerle da subito, per poi magari parlarne meglio in occasione del convegno.

Da tempo la nostra associazione si sta occupando non solo di animali familiari, ma di animali di ogni specie, dai selvatici (abbiamo diversi contenziosi aperti in relazione alla gestione degli orsi in Trentino, e da ultimo stiamo seguendo insieme ad altre associazioni la vicenda di JJ4 davanti al TAR Trento) agli animali allevati (stiamo supportando campagne europee per arrivare progressivamente alla messa al bando degli allevamenti intensivi e collaboriamo attivamente con centri di recupero di animali salvati dalla macellazione). Ma l’oggetto principale della nostra attività rimane legato, e non potrebbe essere diversamente, al meraviglioso mondo dei cani, molti dei quali, tanti, troppi, a loro volta non possono vedere nulla di meraviglioso nel mondo che noi umani abbiamo preparato per loro.

Da dieci anni ho il privilegio di essere il Responsabile Diritti Animali della LNDC e in questo arco di tempo ho maturato delle esperienze che mi hanno portato, gradualmente, ad avere un giudizio molto critico e per certi versi anche negativo, non solo delle istituzioni che operano in questo settore (Comuni, ASL), ma anche dell’attuale quadro normativo. La L. 281/91 (legge quadro sul randagismo), da trent’anni osannata (in parte anche a ragione) dal mondo animalista, necessita a mio avviso di una profonda rivisitazione. Non di aggiustamenti o miglioramenti, ma proprio, come detto, di una revisione generale.

Il motivo per il quale nessuno ha mai messo in discussione la validità di questa legge quadro è che essa contiene un principio luminoso che ha posto l’Italia concettualmente all’avanguardia, anche a livello europeo, nella gestione del randagismo. Questo principio è il divieto di soppressione dei cani dopo la loro cattura, pratica che fino al ’91 veniva attuata in maniera massiva nei canili e che tutt’oggi, ammantata dal termine “eutanasia”, continua ad essere seguita in molti Paesi del nord Europa che solitamente prendiamo come esempio di civiltà.

Questa conquista legislativa ha fatto passare del tutto in osservato il fatto che la L. 281/91, nel solco di una cultura che si era formata quando i cani venivano essenzialmente visti come possibili portatori di rabbia, considera a priori il randagismo come un problema da risolvere. Già nel titolo, questa legge si propone di prevenire il randagismo, che non è altro che la presenza di cani liberi sul territorio. Dunque, qualsiasi cane che vive libero, in città, in campagna, in montagna, in base a questa legge va tolto da questa situazione di “illegalità”. Se almeno la L. 281/91 avesse previsto come normale modus operandi quello di reimmettere sul territorio i cani non problematici, dopo i dovuti trattamenti sanitari e la sterilizzazione, l’attuale situazione sarebbe molto migliore. Questo semplice principio avrebbe costretto le ASL ad effettuare necessariamente le sterilizzazioni in vista della reintroduzione degli animali nel loro territorio, per prevenirne la moltiplicazione. E avrebbe fatto diminuire drasticamente il numero dei cani da mandare nei rifugi, rendendo più gestibile il sistema delle adozioni.

Ma questo principio, purtroppo, nella legge quadro non c’è e le reimmissioni sul territorio sono l’eccezione alla regola, eccezione spesso rimessa al buon cuore degli operatori.

In sostanza, ogni cane che cammina tranquillamente in città o in campagna e che non ha mai dato disturbo a nessuno, è passibile di finire in una gabbia dalla quale potrebbe non uscire mai più. Questa cosa non è ragionevole, soprattutto in un’epoca in cui ci si sta sforzando di eliminare ogni tipo di gabbia per tutti gli animali, anche quelli allevati nelle fattorie (è tuttora in corso la campagna europea “end the cage age”, alla quale partecipa anche la LNDC).

Parlare di “prevenzione del randagismo” e di “cane vagante” (termine che ricorda il vagabondare) significa supportare, volenti o nolenti, una cultura di ostilità verso i cani in libertà (la stessa L. 281/91 usa l’espressione “in libertà” per definire, a parità di condizioni, la condizione dei gatti che vivono sul territorio e di cui viene tutelata la territorialità). Aver previsto i meccanismi di ingresso dei cani nei canili (attraverso il passaggio nei sanitari e poi nei rifugi) ma non quelli di uscita (la parola “adozione” compare in questa legge solo a seguito di una modifica avvenuta nel 2007 e che riguarda, peraltro, i soli canili sanitari e non i rifugi) vuol dire aver posto per legge i presupposti della condanna alla permanenza forzata, spesso a vita, dei cani inviati nei rifugi, spesso gestiti da privati senza troppi scrupoli, che hanno visto in questo meccanismo un’occasione di arricchimento.

Il “pensiero unico” indotto da questa impostazione culturale ha portato migliaia di volontari delle associazioni animaliste a convincersi di stare nel giusto nel prelevare un innocuo cane dalla strada e chiuderlo con le proprie mani in un canile per iniziare a mettere appelli finalizzati ad un’adozione, anche in casi nei quali già dall’inizio si poteva immaginare la scarsa adottabilità del cane in questione, di fatto condannato alla galera.

Sono consapevole del fatto che le cose che sto scrivendo possono essere sconvenienti, ma sento il dovere di dire quello che penso perché in questi dieci anni non ho visto alcun miglioramento in relazione alla situazione dei cani che sono entrati nel girone spesso infernale dei canili. Ovviamente ci sono molte realtà dove si lavora in maniera egregia, ma una gabbia è pur sempre una gabbia. Personalmente, considererò fallimentare la mia esperienza di persona impegnata nel campo della tutela degli animali se, alla fine del lavoro che svolgerò, non sarà possibile neppure intravedere una via d’uscita per superare l’attuale situazione dei cani imprigionati nei canili. Non è sopportabile la sensazione di voler svuotare il mare con un cucchiaino e la situazione emergenziale che stiamo vivendo non la possiamo addebitare solo alle inefficienze della ASL e delle pubbliche amministrazioni, che pure hanno, evidentemente, gravi colpe, per le insufficienti sterilizzazioni e gli scarsi incentivi alle adozioni. E’ l’intero sistema che va rivisto, altrimenti continueremo a lamentarci delle colpe altrui ma, alla fine, a farne le spese saranno sempre e solo quelle povere anime. E, come noto, non ci può aspettare di avere risultati diversi se le strategie che si mettono in atto sono sempre le stesse.

Penso che sia necessario, pertanto, lavorare ad una riforma legislativa che sia finalmente orientata a superare il concetto stesso della prevenzione del randagismo per andare verso il concetto della promozione della corretta convivenza uomo-cane (è lo stesso concetto che promuoviamo per rapportarci correttamente con gli animali selvatici e la pandemia ancora in corso dovrebbe essere un incentivo ad affrontare con serietà ed in modo nuovo queste tematiche, visto che dovrebbe essere abbastanza chiaro che non siamo i padroni del mondo). Occorre individuare le modalità, anche d’urto, per andare incontro ad una svolta su questi temi, seguendo un approccio scientifico che parta dall’analisi di dati ed elabori nuovi modelli di convivenza con i cani. Ad esempio, dovremmo commissionare degli studi statistici attendibili per capire quale sia la richiesta di cani in adozione rispetto al numero dei cani in condizione di adottabilità e modellare le nostre strategie sulla base di questi dati, altrimenti continueremo ad operare senza una visione d’insieme. In ogni caso, avremo raggiunto un buon grado di consapevolezza quando riusciremo a vedere, in ogni foto su Facebook di un cane in un canile, innanzi tutto un animale privato della propria libertà, prima ancora che un animale di attesa di adozione, e ci porremmo il problema se quella privazione di libertà era davvero necessaria. Insomma, per iniziare a risolvere seriamente il problema dei cani a vita nei box, dovremmo noi stessi per primi mettere in discussione le nostre convinzioni e iniziare a pensare “out of the box”.